Sfugge alla mia memoria la prima volta in cui ho avuto la possibilità di assaggiare la pizza, il mio piatto preferito: ai tempi ero una mocciosa lagnosa, tanto è vero che mia mamma condiva ogni pietanza con sugo al pomodoro e mozzarella pur di convincermi ad ingurgitare qualsiasi altro alimento… una bambina decisamente incontentabile, soprattutto quando si parlava di cibo, già una promettente rompiscatole. In ogni caso, un angolo del mio cuore sarà sempre dedicato ai tradizionali ravioloni bergamaschi, i fuoriclasse della cucina lombarda: i casoncelli.

Avevo più o meno sei anni: era uno di quei pranzi domenicali in famiglia, in cui ci si accomoda ad una grande tavolata, rilassati, per gioire della compagnia delle persone amate; il tutto condito da golose cibarie, in un quadretto idilliaco degno dello spot della Mulino Bianco. Non fosse per un piccolo dettaglio: mia mamma aveva il brutto vizio di cucinare piatti a me poco graditi: diciamo che quasi tutto, a quell’età, mi era poco gradito (a parte la pizza, come dicevo poc’anzi…). In particolare, quella domenica pranzammo in taverna: rammento chiaramente i raggi solari filtrare dalle alte finestrelle e il generoso padellone posto nel cuore della tavolata, nel quale giacevano quelle generose caramelle di pasta fresca, avvolte nel burro, profumate di note affumicate e simultaneamente fresche, tra pancetta e salvia croccanti. Mia mamma, la cuoca, si accingeva a servire ciascuno, armata di un mestolo slanciato: ricordo tutt’oggi il mio fiato sospeso e il senso di sdegno, mentre osservavo con preoccupazione i piatti dei miei familiari riempirsi gradualmente: stava inesorabilmente giungendo il mio turno. Mi sentivo paralizzata, quasi fossi destinata ad un incombente, inevitabile castigo. Ai miei capricci, quella volta, mia mamma non si arrese (grazie a Dio): provane almeno uno, poi dimmi se non è buono. Solitamente i marmocchi improvvisano scenate di fronte a broccoli lessi o spinaci al vapore, al pesce “che ti fa tanto bene e ti fa diventare intelligente”. Io no: io ero una speciale categoria di rompiscatole; io stavo lottando contro dei burrosi ravioli fumanti. Insomma, già allora avrei dovuto capire che sarei stata una tipetta insolita. Comunque: sotto gli occhi minacciosi di mia madre, mi portai insofferente la forchetta alla bocca.
E lì avvenne il miracolo: ebbi una straordinaria rivelazione. Un’epifania. La prima, piacevole sensazione era legata alla consistenza: per qualche ignoto motivo mi aspettavo una pappetta molliccia, addirittura gelatinosa (ma che avevo in testa?); invece erano buoni, da mordere e masticare, davano soddisfazione sotto i denti. Poi il sapore: corposo, intenso, ricco di note che spaziavano dal pungente al dolciastro, scaldando il palato e riempiendolo con una cascata di gusto. Mi ritrovai a masticare, lentamente e ad occhi chiusi, le mie caramelle burrose: desiderando che quel piatto non potesse finire mai, ne chiesi infine il bis. E pensai di essere proprio una scema.
Estrapolai allora una piccola lezione di vita: talvolta gettarsi in ciò che ci fa paura può regalare enormi soddisfazioni.

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